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martedì 27 febbraio 2018

Chirurgia generale, giorno 2 e gironi danteschi.



Oggi è tutto il giorno che mi chiedo:

quale dev’essere il tuo peccato per essere finito nel girone dantesco dove, come contrappasso, hai ottenuto una giornata bonus in ospedale per via di un intervento posticipato? 

La risposta che mi sono data è: l’impazienza. 
Gli impazienti vagheranno per sempre tra i corridoi degli ospedali, in un clima di ansia perenne, e di giorno in giorno verrà loro detto che l’intervento avverrà il giorno dopo. 
PER. TUTTA. L’ETERNITA’. 

Sono così annoiata, che mi sto facendo film mentali sulla Divina Commedia. Per dire.

Ieri ci eravamo lasciati in un clima ansiogeno e giulivo, dove vi dicevo che oggi sarei stata bene. 



Mizzega, sto benissimo.
Per forza, ancora aspetto di entrare in sala.

Comunque, tra tutto, non è andata così male. La mattinata ha avuto i suoi lati divertenti.

A partire dal primario di chirurgia che dovrebbe operarmi, e alle sette di mattina mi preannuncia che potrebbero non aver posto per me tra gli interventi di oggi. Poco dopo, passa un altro giovincello (probabilmente l’ennesimo chirurgo minorenne di questo reparto), che dice alla Signora Ammamma che l’avrebbero operata oggi, e quando chiedo informazioni riguardo la mia situazione, mi dice di non preoccuparmi che di sicuro sarei passata oggi. 
Dieci minuti, ma che dico, forse meno, passa di nuovo il chirurgo a confermarmi che mi opereranno domani perchè, essendo in un reparto di chirurgia d'urgenza, se arrivano dal pronto soccorso casi più gravi del mio, ovviamente, hanno la precedenza.

Io ora vorrei fare un appello al primario di questo reparto: ma vogliamo gentilmente cucire la bocca a questi bambini appena laureati che danno solo informazioni sbagliate? Grazie. Cordiali saluti. La direzione. 


Poi è stato il momento dei grandi traslochi. La mia stanza era già troppo bella, spaziosa e luminosa, per rimanere mia. Mi sono ritrovata in uno stanzino grande la metà, caldo il doppio, con altre due signore, non autoufficienti e molto anziane. Le rispettive figlia di una e nuora dell’altra sono sempre al loro fianco, in maniera quasi commuovente. Prima, durante il pranzo (che avrà un paragrafo a parte!), sentivo che le imboccavano e cercavano di convincerle a mangiare proprio come si fa coi bambini, una tenerezza davvero incredibile. Sì per la figlia, perché dopo che sono stati loro ad imboccarci quando eravamo piccini, questo sarebbe il minimo che possiamo fare quando i genitori ne avranno bisogno, ma soprattutto per la nuora dell’altra signora, che non le ha lasciato la mano un minuto, che la imbocca, le cambia il pannolone, la forza a passeggiare piano piano, la aiuta a girarsi, si becca gli insulti quando la signora vorrebbe solo dormire e invece le tocca stare sulla sedia, insomma fa tutto quello che una figlia farebbe per un genitore. Sia con dolcezza, sia con quella durezza da signorina Rottermaier da vera donna Gestapo. 

Per fortuna le mie vicine di stanza non sono rumorose, e nemmeno i loro parenti, non pretendono di intavolare una conversazione forzata dalle circostanze e nemmeno si lamentano. Mi manca un po’ la signora Ammamma, alla quale è stato spostato il letto quando lei era sotto al bar, ma ho appena sentito dal corridoio una voce urlare “FLORAAAA, FLORAAA, CIAO ANNONNAAAA”, quindi so che è viva e sta bene, ovunque si trovi. E poi ho ancora il mio posto finestrino, anche se con vista sui tetti, ciao ciao collina.

Ma il topic trend della giornata, l’hashtag che vince su tutto, è #datemecibo. 

Considerato che mi hanno detto che non mi avrebbero più operata circa alle 9 di mattina, quando il carrello della colazione ormai era passato da due ore e io ero a digiuno da più di 12 ore, dovevo trovare un modo per mangiare qualcosa. QUALSIASI COSA. Aspetta mezz’ora. Aspetta un’ora. Come già detto, non sono paziente, motivo per il quale Dante mi ha relegata qui. Vado a rompere le pallette alle infermiere, che ormai mi amano per la mia collezione di unicorni, le ciabatte unicorno e il pigiama unicorno. Per fortuna tutto il personale sanitario, qui, è adorabile (a parte i chirurghi, minorenni e plurisettantenni). Il problema è che, avendo finito i bicchieri, mi hanno portato un piatto da minestra pieno di tè, non vi sto nemmeno a dire quanto me ne sono rovesciata addosso mentre cercavo di bere dal piatto, peggio dei bambini.

Visto che qui non ho niente da fare, il mio pensiero fisso è sempre il cibo. L’attesa per il pranzo è stata lunghiiiiiissima. Tipo quando mandano Titanic su canale 5 la sera, sai che finirà circa tre giorni dopo, perché le pubblicità durano più del film. 

Io poi ho un rapporto un po’ complicato con il cibo dell’ospedale. 
Quando facevo la chemio, stando nel Day Hospital fino alle 3 di pomeriggio, mi portavano sempre il pranzo. Che sì, uno aveva fame, ma tra il cortisone e la terapia, la fame e la nausea facevano un continuo braccio di ferro, nel quale vinceva sempre la fame. Per colpa della maledetta chemio, mi è rimasto il ricordo in particolare di un giorno in cui mi hanno portato ravioli al burro e salvia, polpette e purea. Da quel giorno, ad oggi e penso per tutta la vita, non riesco a mangiare i ravioli burro e salvia senza che un senso di nausea pervada tutto il mio corpo, fino a farmi proprio venire i conati. Idem con le polpette con la purea, che sono il mio piatto preferito in assoluto. Io AMO le polpette e per non so quanti mesi, anche solo guardare le polpette e la purea da lontano mi disgustavano. Ora piano piano, stiamo cercando di ristabilire un rapporto, perché polpettine amori miei non posso vivere una vita triste senza di voi!

Ma tornando ad oggi. Aspetto il carrellino coi vassoi, servono prima le mie due compagne di stanza, minestrina e prosciutto crudo per entrambe, e poi se ne vanno.

Io rimango così. 



Impietrita e affamata.

Uè uè, va bene che il cibo dell’ospedale mi fa venire la nausea, ma nutritemi, fateme magnà inzomma. Mi metto letteralmente a inseguire le signore che distribuiscono i vassoi, sentendomi una vera e propria accattona, in ciabatte e con la vestaglia addosso, a ricorrerle per tutto il corridoio.


 Ovviamente in questo ospedale abbiamo problemi di comunicazione, e nessuno aveva detto loro che non mi avrebbero più operata oggi. 
Non appena iniziano a elencarmi le opzioni del pranzo, mi pento di aver insistito per mangiare. 
  • Pasta in bianco, ravioli burro e salvia, riso al pomodoro o minestrina. 
  • Di secondo abbiamo pesce in umido o prosciutto crudo. 
  • Di contorno broccoli o purea. 
Grazie signore grazie per aver inventato il prosciutto crudo, non me ne vogliano gli amici vegetariani, ma senza quello sarei morta di fame. Ciò non toglie che dopo mi sia venuta COMUNQUE la nausea, ma penso che questa sia dovuta più al “budino” che al prosciutto. Mangiare il budino dell’ospedale, aspettandosi una cosa tipo Danette Danone alla vaniglia, e rimaner tristemente delusi quando, al primo cucchiaio, si avverte gusto di farina cruda, sapone e mollica di pane, mi ha fatto meditare seriamente sugli ingredienti usati per fare questo meraviglioso “budino”. Probabilmente riutilizzano le garze lavate inutilizzate durante le operazioni, perché il gusto era simile a quello, ora che ci penso bene.

Il resto del pomeriggio passa tra:

  • Mille episodi di serie tv trashissime 
  • Pisolino 
  • Qualche pagina dell’ultimo libro di Stephen e Owen King (FICHISSIMO RAGA DOVETE LEGGERLO E AMARLO TANTISSIMO) 
  • Pisolino 
  • Giretto al bar a bere un caffè, con annessa broncopolmonite visto lo sbalzo termico tra la mia stanza e il piano terra 
  • Serie tv 
  • Storia su instagram 
  • Noia 
  • L’infermiera che mi fa la punturina anti-trombo con una violenza tale tipo quando accoltellano la gente in Game of Thrones 
  • Storia su instagram 
  • Altra noia 
  • Ansia.

Questa attesa non ha fatto altro che prolungare la mia ansia, col fatto che ho passato metà giornata a dormicchiare, voglio proprio vedere come stracazzo mi addormenterò sta notte.
Ho portato mille robe per passare il tempo, e per quanto io ami stare da sola, farmi i fatti miei, leggere, fare binge watching delle miei serie tv e sonnecchiare tutto il giorno (che è tipo il modo in cui passo le domeniche quando Luca non c'è o non gioca il Toro), un conto è farlo a casa tua, sul tuo divano e col frigo a disposizione. Ben diverso è farlo da un letto di ospedale, senza parlare con nessuno, in una stanza dal clima equatoriale.

Vediamola così, non avrebbero potuto scegliere una settimana migliore in cui ricoverarmi, fuori ci sono meno duecento gradi, pinguini e orsi polari tra le vie del Piemonte, e io sono rinchiusa in una stanza dove ci sono circa 25 gradi centigradi, in maglietta, pantaloncini e calze anti trombo. Praticamente come essere in un villaggio delle Maldive d’estate, mentre i tuoi amici tolgono il ghiaccio dalle macchine alle sette di mattina. 



Che visione ottimistica della vita, uh là là. No, non è da me.

E comunque, sappiate che da quando sono qui dentro, ho in mente una scena di Scrubs, e chiunque la realizzerà sarà il mio super eroe per la vita

ANZI.

Mi sono appena imbattuta nel vero sogno della vita.

L'alternativa ai gattini, sarebbe venirmi a trovare con del gelato alla crema, entrando in stanza urlando: "Tenente Daaaan, gelato alla crema"




Basta, sto perdendo il senno. Sono le 18 e mi stanno portando la cena, cioè un bicchiere di té. Cena, pff.

Vi aggiornerò con le nuove avventure di "Vale in the hospital", ma voi non pensate di presentarvi al mio capezzale senza una scatola di gattini o del gelato alla crema, siete avvisati! 


lunedì 26 febbraio 2018

Chirurgia generale, terzo piano delle Molinette, io sono qui.

Ho pensato di scrivere questo post in due parti, iniziando oggi dal mio comodo divano di casa, con gli aggiornamenti, e finendo dalla mia stenzetta delle Molinette il giorno prima dell'operazione.

[In piena modalità: località turistica dell'anno]

Ormai da quando sono "sana" non aggiorno più spesso il mio blog, e onestamente ero anche un po' titubante se farlo anche questa volta o meno. Un po' perchè non sono così egocentrica da pensare che le mie avventure quotidiane siano così importanti da meritare una narrazione tutta loro, e un po' perchè al di là delle solite sfighette quotidiane, non mi è più capitato nulla di rilevante.

Poi, in una serata di noia, sono andata a rileggere la mia storia, come se non me la ricordassi più. La memoria ogni tanto cancella particolari più o meno dolorosi, tende a lasciarci qualcosa di nebuloso al loro posto. Ho riletto tutti i particolari che, in quei momenti erano freschi, e mi sono resa conto di quanto aiuto mi abbia dato mettere tutto quel dolore, quella rabbia e quei momenti di rassegnazione per iscritto. Quanto ricevere conforto dalle persone che mi leggevano sia stato di immenso aiuto, ogni messaggio di forza rappresentava una manina tesa, che mi aiutava a tirarmi su dal mare di merda in cui stavo affogando.

Quindi, perchè non aggiornarvi sulla mia condizione di salute?


Non so per quale strana concomitanza cosmica, il mio pancino non ci ha più costretto a maratone olimpiche per raggiungere il pronto soccorso di Chivasso.
Perchè, giustamente, forse l'universo pensava che negarmi il Natale fosse stato già abbastanza.

Poi da fine gennaio, è stato tutto un po' in discesa, tendente allo sterco.

Dall'ultima diagnosi, eravamo rimasti con un corpicino SANO, tutto scritto in caps lock come fanno gli analfabeti funzionali sotto i post razzisti di Salvini. Oggi invece mi sento di scrivere "sana", minuscolo e tra virgolette.

La differenza l'hanno fatta due vecchie amiche formate da tre sigle: TAC e PET.

Dalla TAC, niente di che, se non una cosina piccola e insolita.
Dalla PET ricomincia il panico.
Non mi ricordo se mi sono mai messa a spiegare la differenza tra le due. Io so quel poco che posso, non essendo del mestiere. Sono entrambi quegli esami in cui passi sotto un tubo aperto che emana radiazioni. Solo che nella PET, prima di entrare nel tubo, ti fanno un'iniezione con una sostanza a base di zucchero al quale è stato fatto qualcosa per renderlo radioattivo. Le cellule tumorali si nutrono di zuccheri, quindi dalle immagini si vedono queste lucette nel tuo corpo, laddove ci fosse la presenza di masse.
Dalla prima PET, quest'estate, il mio addome era un albero di Natale, avevo delle palline rosse qua e là sparse dappertutto. Questa volta non ci saremmo aspettati niente, e invece ecco le pallette rosse.
Bisognerebbe fare una premessa, questo esame è molto "sensibile", cioè mi è stato spiegato che potrebbe captare anche semplici infezioni e illuminarsi, non so secondo quale regola, visto che non mi risulta che le infezioni si nutrano di zucchero, ma non è il mio campo di studi. Quindi se qualcuno che sta leggendo, gentilmente, mi fa un riassunto in italiano semplice, tipo "Esplorando il corpo umano", mi fa un favorone!

Quindi si ricomincia con gli esami scrupolosi.
Io, che il giorno prima dell'esame avevo lasciato l'ufficio dicendo "Raga, se va tutto bene non vedo più l'ospedale per almeno sei mesi, fino al prossimo controllo", mi sono ritrovata in un reparto di chirurgia d'urgenza a fare un consulto con una donna chirurgo cazzuta come quelle dei telefilm, a ricominciare coi pomeriggi d'infinita attesa al COES e a riempire le braccia di buchetti per le analisi del sangue.

Se dalla PET è emersa quella roba lì, dalla TAC è emersa una bollicina.

Pare che quei dolori lancinanti che mi costringevano a correre al pronto soccorso una volta al mese e a scappare dall'ufficio in preda al male e al vomito, siano tutta colpa di questa bollicina, messa lì dove una volta c'era il mio intestino.
Per rendere più chiaro quello che mi hanno fatto in India, e per spiegare cosa mi stia succedendo, è indispensabile un disegnino un po' schifosino:



Il male incredibile veniva nientepopodimenoche da un buchino di merda, che probabilmente è sempre stato lì da dopo l'operazione, circa all'altezza dell'anastomosi. Col fatto che il linfoma c'è poi cresciuto sopra, non è stato possibile vederlo per tutto il procedere delle analisi durante la chemio. Quando poi linfomerda ha lasciato totalmente il mio corpo, ha lasciato questo cosino scoperto. Il mio intestino, che è figo e intelligente come tutto il resto del mio corpo (o quel poco che ne rimane!), ha coperto a modo suo quel microbuchino, creando uno strato di nonsocosa (e non me lo chiedete perchè non l'ho capito), e per farlo ha dovuto rigirarsi su se stesso, vista la vastità di spazio che si è andata a creare con l'operazione. Quindi, a modo suo, il microbuchino è coperto, ma quando le anse si infiammano io sto male da matti, e vualà spiegato cosa succede quando urlo ai dottori del pronto soccorso di Chivasso, che non hanno mai capito un cazzo.
Il problema è che questa copertura temporanea, potrebbe cedere da un momento all'altro, quindi è indispensabile chiudere definitivamente quella roba lì.

E sarebbe tutto davvero favoloso, finalmente finiscono i problemi, niente più mal di pancia, abbiamo finalmente capito da dove vengono tutti i dolori.
SIA LODE ALL'EROE TRIONFATORE.

Ma sarebbe tutto troppo facile se fosse solo questo.
Visto che la PET si è illuminata come mi illumino io davanti alla vetrina di una pasticceria, quella cosa lì potrebbe non essere una semplice infiammazione delle anse, ma un ritorno della malattia.
E come hanno pensato di scoprirlo i miei favolosi medici?

Obbligandomi ad una dieta a base di quattro litri di acqua e lassativo da bere in quattro ore, e mettendomi una sonda, in posti dove non dovrebbe entrare nessuna sonda. Anzi, non dovrebbe entrarci proprio niente, per quel che mi riguarda.
Soprattutto quando quella maledetta sonda si rigira come un'anguilla in un intestino martoriato, infiammato e dolorante.
Non auguro una colonscopia nemmeno al mio peggior nemico.

MAI.
E la cosa divertente, è che quella cosa che dovevano vedere non era DENTRO il colon, quindi non hanno potuto prelevare del tessuto e fare una biopsia.

Quindi che si fa?

L'unico modo è ritrovarmi qui, ora, nel letto 18 del reparto di chirurgia generale, in compagnia del mio uomo paziente che mi tiene la mano, nel mio pigiamino rosa con gli unicorni e i grumpy cat,
con la mia banda di amichetti

 in attesa di quello che mi si prospetterà domani mattina, e cioè:

- farmi tre buchini nella pancia
- mettermi una sondina nell'ombelico
- andare a vedere cos'è quella roba lì
- prelevare del tessuto da mandare in laboratorio e sperare che non sia un figlio del fu linfomerda
- controllare come sta il pezzo di intestino
- valutare se sia il caso di tagliarne via un altro pezzo
- ricucire l'intestino
- ricucire i buchini
- rimandare Valentina a letto per permetterle di uscire il prima possibile (che sabato c'è la mia squadra di Rugby preferita che gioca, e io devo fare la cheerleader a bordo campo, sperando di non prendermi la palla in faccia!)


Giusto per dirvi quant'è variegato, variopinto e variopazzo l'ambiente umano che mi circonda, vi racconto subito come sono le prime tre persone che ho avuto modo di conoscere da quando sono qui.

Un chirurgo, che ha esattamente la mia età.
E lo so perchè dopo avermi chiamato signora, l'ho guardato malissimo chiedendogli di non farmi sentire vecchia, lui guarda la mia data di nascita e mi fa "Ah, è vero, siamo anche dello stesso anno". Ecco, allora signora lo lasciamo a tua mamma, con amore.
 Quindi, il giovincello è appena passato a trovarmi, facendomi un quadro piuttosto approssimativo della situazione, del tipo "beh sì,potrebbe essere questo, o quello, nel caso fosse questo in mezz'ora sei fuori dalla sala, nel caso fosse quello stai due orette, però dipende. Eh quando puoi uscire? Mah non saprei, dipende cosa facciamo". Quindi fondamentalmente non sapeva 'na ceppa. Grazie chirurgo che si è laureato l'altro ieri.

La mia vicina di stanza, che è una signora valdostana come Pietro Savastano, e continua a parlare al figlio, finendo OGNI frase con "ammamma"
[Come stai ammamma? Ma hai freddo ammamma? Salutami tanto i bambini, ammamma. Mi accompagni in bagno, ammamma? Dai, vai a casa che fabbuio ammamma. Ma vai piano per strada, ammamma. - Il figlio di "ammamma" avrà 40 anni, comunque].
La cosa più divertente è che devono operarla alla colecisti, e nessuno si è premurato di farle sapere cosa sia questa colecisti, visto che poco fa l'ho sentita dire "Io non so, continuano a parlarmi di questa colecisti, cioè io so che c'è la cistifellea, il fegato, i reni, ma sta colecisti non l'ho mai nemmeno sentita nominare". Alla grande, signò. Vedo che come non dicono niente a me, fanno i misteriosi anche con lei né, comunque Google è tuo amico, secondo me scoprirai di saper già cos'è questa colecisti!

L'infermiera che è venuta a portarmi la cena, convinta che fosse brodino.
(solo dopo ho tristemente scoperto che era tè, anche perchè non riuscivo a spiegarmi perchè me l'avessero portato con una bustina di succo di limone e due bustine di zucchero.)
E per dirvi quanto suma ben ciapà, dopo aver visto la banda di unicorni, la signora ha esclamato felice "Ma quanti bei pupazzetti, sono dei tuoi bimbi?"

Ohsssantocielo sono circondata da pazzi.

A parte questo, come va?

Meh.

Vorrei dirvi che sono tranquilla, che tanto sono solo tre buchini, che dormirò come un orso in letargo, che sarò strafatta di morfina e non mi renderò conto di niente. Che poi sarebbe anche la risposta più razionale da dare.

In realtà sto sclerando giusto un attimino.
Non tanto per l'operazione in sé, perchè come ho detto è una roba davvero da poco (e perchè se nemmeno il chirurgo minorenne non sa cosa mi faranno, pensate mica che l'abbia capito io?).
È l'idea dell'operazione che mi fa stare male.
Il punto è che l'ultima volta che ero in un letto d'ospedale perchè dovevano farmi un'operazioncina da niente, mi sono ritrovata in terapia intensiva con la maschera dell'ossigeno e tubi da tutte le parti. Ad oggi non hanno ben chiaro cosa troveranno nella mia pancia, e scartando la peggiore delle ipotesi che linfomerda sia tornato, ci sono così tante variabili che possono andare male, così tanti stupidi rischi post-operatori anche con quattro buchini nella pancia, che mi viene il magone e riesco a pensare solo alle conseguenze negative che questa piccola, stupida, veloce operazione porta con sé.
Sono cazzate, lo so.
Paranoie e basta.

Andrà tutto bene, domani sera sarò qui a lamentarmi del male, di quanto odi la gente, gli infermieri che mi svegliano alle cinque, la mia pancia, la mia vita, di quanto io voglia altra morfina e di quando mi manderanno a casa.
Starò così bene che probabilmente mia mamma mi preferiva quando dormivo.

Però stasera è così.
Mi crogiolerò nell'angoscia, guardando film candidati agli oscar fino ad addormentarmi. In realtà, visto quanto sono noiosi, non penso ci metterò molto a crollare nelle braccia di Morfeo.

E voi se per caso passate dalle Molinette, mi trovate qui, almeno fino a venerdì, circondata da pazzi.
Intanto prometto di aggiornarvi, in qualche modo, nel caso ci fossero novità. In realtà, in preda alla noia, aggiorno le mie storie di Instagram così spesso, che manca poco me lo porterò anche in sala operatoria.
Vi aspetto con un bel "Live from the OR". Stay tuned!

[Piccola postilla.
Mentre rileggevo quanto scritto, è passato un altro chirurgo a chiedermi come stavo. Questo tizio è lo stesso bomber che, quando sono andata a fare il prericovero, mi ha chiesto se avessi fatto la prima visita per il linfoma "da un dermatologo". Ora mi ha chiesto se sapevo tutto, se mi avevano detto quando sarebbe toccato a me domani e via dicendo e ha concluso con "bene, sa più cose di me". E io avrei tanto voluto dirgli "BENE, spero nuovamente che non sia lei a mettere le mani nel mio intestino domani"]
#aiuto.





sabato 30 dicembre 2017

Addio Chemio... ma le sfighe continuano!

Ho i miei tempi, e devo ammettere che prima ancora di iniziare a produrre qualcosa di costruttivo e trovare le giuste parole da mettere insieme, ho creato questo bimbaminkiosissimo collage, perchè mentre sistemavo le mie foto del 2017, ho trovato i vari selfie che mandavo ai miei amici quando, durante la terapia, mi chiedevano come stesse andando. Mettendole una di fianco all'altra mi sono resa conto di quanto sia cambiato il mio corpo, il mio viso, la mia pelle. A quel punto, è bastato solo aggiungere le scritte da adolescente di Netlog, ma continuavano a mancarmi le parole giuste per scrivere. E so che, piuttosto che blaterare a caso, è meglio aspettare che arrivi il momento giusto, e le parole si scriveranno da sole.




Ho aspettato un bel po'.

Come se sapessi che intitolare un post solo "addio chemioterapia" mi avrebbe portato sfiga.

Ve lo scrivo con un po' di amaro in bocca, quello stesso amaro che mi è rimasto non potendo toccare nulla di tutto ciò che c'era sulla mia tavola imbandita come le vere famiglie piemont-terrone sanno fare.

Ho finito la chemio il 24 novembre.
Posso dire di essere uscita da quel reparto che quasi volavo, non toccavo terra, volevo solo arrivare a casa, morire sul divano, finire l'ultimo ciclo di cortisone + punture + antinausea + medicine di qualsiasi tipo, per poi aprire una bella bottigliazza di Champagne e brindare alla mia nuova vita, che cominciava finalmente da lì.

Una nuova vita fatta, in primis, di sushi e carne cruda, i cibi che mi hanno vietato per tutta la terapia, che non vedevo l'ora di mangiare tipo così:

E in secondo luogo da un Natale lontano dagli ospedali, dalle medicine, dalla nausea, da tutto questo schifo.
Avevo davanti solo più due punturone di immunoterapia, con quelle siringhe grosse come ceri pasquali, e poi addio ospedali fino a fine gennaio con le visite di controllo (sangue, tac, pet, tuttecose)

Questa, per lo meno, era la mia aspettativa quando ho lasciato l'ospedale il 21 dicembre, salutando tutto il reparto del COES e trotterellando felice verso l'ufficio.

E invece no, qualcuno aveva piani diversi per me.
Quel qualcuno, è un bastardo, sia chiaro.
Poco me ne frega se è stato da poco il suo compleanno, e poco me ne frega essere volgare o blasfema a questo punto.

Indovina, indovinello.

Chi ha passato la vigilia e metà del giorno di Natale, sdraiata su una brandina in mezzo al corridoio dell'ospedale di Chivasso?


ESATTO!

Non bastava tutto quello che ho passato nell'ultimo periodo.
Mi sono anche puppata il viaggio in ambulanza, l'infermiera di Chivasso che mi dice "ehi, di nuovo qui! Ma noi ci conosciamo", tutta la notte della vigilia in un lazzareto pieno zeppo di malati di tutti i tipi (non avete idea di quanto possa esser pieno un ospedale sotto Natale, l'avete ringraziato il bambin Gesù durante la messa di Natale, anche per questo, sì? Bravi.), gli infermieri troppo presi a mangiare la lasagna e l'arrosto piuttosto che curare noi poveri stronzi buttati in corridoio senza possibilità di chiamarli in casi di necessita, tranne urlare come se fossimo a Porta Palazzo, quattro flebo di antidolorifico e il chirurgo che mi dice che tanto sono solo aderenze, o coliche addominali, e finchè il mio intestino non si assesterà dall'operazione, non c'è nulla che loro possano fare. 
Bello. Confortante. 
Ah, a casa mi è anche venuta la febbre.
E Buon Natale.

Me ne torno a casa, sconfortata e dolorante.
Con la desolante consapevolezza che con questo male ci devo convivere, che non è tutto finito, che in qualsiasi posto del mondo mi trovi, in qualsiasi momento dell'anno, mi potrebbero prendere questi dolori lancinanti, e dovrei cercare l'ospedale più vicino. E se fossi scesa a Napoli con Luca per Natale? Mi ci vedete in una barella piena di formiche buttata nel corridoio dell'ospedale di Napoli? Dai, uagliù, non si può vivere così, non a 27 anni. Non quando pensavi che fosse tutto finito.

E soprattutto, voi tutti avete mangiato come cinghialotti, io ora vi elenco il mio menù delle feste:

24 dicembre: tutto ciò che ho mangiato è stato vomitato
25 dicembre: una bottiglia d'acqua, quattro plin e qualche cucchiaiata di brodo di bollito
26 dicembre: due cucchiai di riso e una patata bollita

Quando potrò recuperare tutti i vol-au-vent con fonduta, gli agnolotti al ragù, il vitello tonnato, i pandori ripieni di mascarpone, la paella della vigilia? Anche io voglio l'occasione di sfondarmi di cibo e lamentarmi che sono sazia all'inverosimile.

Se sento qualcuno parlare di dieta post-feste vi consiglio la mia, raga diventate dei figurini.


Sono incazzata, e tanto anche, ma devo dire, comunque, che dall'altro lato è tutto finito.
Niente più giornate passare al Day Hospital, sdraiata sul lettino a fare la terapia.
Niente più cibo dell'ospedale nauseabondo.
Niente più nausee che durano giorni e giorni
Niente più notti insonni e risvegli all'alba per colpa del cortisone
Niente più larva buttata sul divano senza forze per cucinare o senza la concentrazione per leggere un libro.
Niente più capelli che cadono.

Niente di tutto ciò.

La chemio ha avuto anche risvolti positivi sulla mia vita, parliamoci chiaro.

- Non ho avuto peli su tutto il corpo per mesi. Sapete cosa vuol dire una vita senza ceretta per mesi? E per quanto bene io voglia alla mia estetista, è stata una liberazione.

- La gente si alzava sui mezzi per cedermi il posto, quando vedevano che avevo il foulard in testa.

- Ho saltato un sacco di file ai musei, sono entrata gratis in tanti altri, e potrò continuare a farlo fino a giugno, quindi sappiate che se siete soli e vi serve una compagna da musei, con me entrate gratis

- Posso usarmi la "carta cancro" ogni volta che non voglio fare qualcosa. Lo so, è brutto. Non si fa. Gne gne gne. Ma il cancro l'ho avuto io e ci faccio il cazzo che voglio, bando ai moralismi.

- Potrei usare la "carta cancro" anche per andare a C'è Posta per Te (chiamate Maria per me!)

- Mi ha facilitato nella ricerca di un lavoro

- Posso mangiare gelato in qualsiasi momento voglia perchè "dai, è l'unica cosa che mi fa passare la nausea!"

- Tutte le visite mediche gratis, esami gratis, medicinali gratis. E scusate se è poco!

- Non dovevo più farmi la tinta. Sapete quanto ho speso negli ultimi due anni per cambiare 5 colori di capelli? Ecco, con gli stessi soldi, ci compro un volo a/r per New York. E niente più soldi per lo shampoo, balsamo, maschera, crema, sticazzi.





Chi mi conosce lo sa, anche in queste situazioni demmerda, ci devo vedere qualcosa di buono, se no impazzisco!



Poi un venerdì sera, tornando da lavoro, in una Torino imballata dal traffico di persone che non vedevano l'ora di tornare dalle proprie famiglie dopo una settimana di lavoro, parte questa canzone.









E partono le lacrime.




Vorrei incollare tutto il testo, ma mi limito al pezzo che, principalmente, ha interrotto le mie bestemmie contro i guidatori stressati che non sanno in che corsia devono stare, e mi ha riempito gli occhi di emozioni:


E' da qui
non c'è niente di piu naturale che
fermarsi un momento a pensare
che le piccole cose son quelle più vere
e restano dentro di te
e ti fanno sentire il calore
ed è quella la sola ragione
per guardare in avanti e capire
che in fondo ti dicono quel che sei


è bello sognare di vivere meglio
è giusto tentare di farlo sul serio
per non consumare nemmeno un secondo
e sentire che anche io sono parte del mondo
e con questa canzone dico quello che da sempre so
che la vita rimane la cosa più bella che ho.

Ho iniziato, istintivamente, a pensare a quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi sei mesi, a tutto quello che mi è successo, al peso che ho iniziato a dare alle cose.

Al peso che ho iniziato a dare alla vita.

Io rido, scherzo e faccio di continuo battute macabre sul cancro, è sempre stato il mio modo per affrontare i miei problemi. Come quella volta che, parlando di M&M's con un amico di mio fratello col quale avrò parlato probabilmente due volte prima di quella, stavamo constatando quanta merda ci fosse in quelle caramelle deliziose, e lui disse "Dicono anche che quelle verdi facciano venire il cancro", ed io, senza nemmeno pensarci troppo, ridendo, uscì con un meraviglioso "Massì, tanto il cancro ce l'ho già, almeno mangio cose buone". Non volevo mortificarlo, davvero, era una battuta delle mie. Poverino. È diventato tutto rosso, si è scusato più o meno duecento volte e ha smesso di rivolgermi la parola per paura di dirmi qualsiasi altra cosa.

Però, al di fuori di questi momenti di black humor, e al di là del fatto che il giorno del mio compleanno ho esordito con "questo è l'anno in cui morirò, perchè io sono una rock star, e si sa che le vere rock star muoiono a 27 anni".
Sticazzi, non avrei mai detto che la mia vita avrebbe preso questa piega inaspettata.
Come non avrei mai immaginato, durante gli ultimi sei mesi, di ritrovarmi a pensare alla morte in maniera più seria e concreta rispetto a quanto abbia mai fatto in tutta la vita.
La prima volta, il giorno in cui mi hanno operato in India e la seconda quando ho letto per la prima volta la parola "linfoma", chiedendomi se di linfoma si possa morire.

E quella sera ero lì.

SANA.

Nella mia città, con la mia macchinina indistruttibile, appena uscita da un luogo di lavoro che mi piace proprio, mentre stavo per raggiungere la persona che amo, nella nostra casetta.
Dire che in quel momento mi sentissi quantomeno grata della mia vita, probabilmente sarebbe un eufemismo.

Piangevo perchè avevo appena realizzato che nemmeno nelle mie fantasie più sfrenate avrei potuto immaginare tanta fortuna per un singolo momento della mia vita. Men che meno dopo tutta la merda nella quale ho sguazzato, senza salvagente o bracciolini, solo tre mesi a questa parte.

Eppure ero lì.
VIVA.
Ecco, quella canzone, in quel momento.

Non so come io abbia evitato un incidente, visto che ormai piangevo come se stessi guardando una puntata di Grey's Anatomy, ero quasi a Chivasso circondata dalla nebbia e non vedevo nulla.
Ho preso una boccata d'aria a pieni polmoni e l'ho buttata fuori espirando lentamente e profondamente, come mi ha insegnato il mio maestro di yoga.

E mi sono sentita felice.

Non importa se la mia paura più grande è, e resterà sempre, che il linfomerda torni. Perchè nel momento in cui ho saputo di essere davvero guarita, oltre il primo scombussolamento iniziale durante il quale non ho ben realizzato cosa significassero le parole "la tac è pulita", ho avuto un momento di buio, che è durato pochissimo, ma non mi ha permesso di godermi il momento in quell'istante.

Avevo paura.

Sapevo che sarei guarita, e non per ottimismo o per fede in qualcuno o qualcosa, ma perchè dal momento in cui ho iniziato a sentir parlare degli esperti, tutti mi hanno rassicurato sulla curabilità del mio particolare linfoma.

Il punto è: e se torna? 

Dopo questo percorso, breve ma intenso, sarei mai in grado di riaffrontare tutto,  DI NUOVO?
Questa è la paura più grande che mi ha accompagnato per tutto il mio percorso, e non c'è sfera magica, Paolo Fox o fede che leverà mai quest'ombra dai miei pensieri.

Poi, per carità, tutti conosciamo il mio "mai 'na gioia", quindi la prossima cacca di piccione che mi cadrà in testa è dietro l'angolo.

Però chissene frega, io alzo la radio, canto e, nel dubbio, apro l'ombrello.


E visto che l'anno sta per finire.
E visto che ne ho viste davvero troppe.
E visto che mi sono ritrovata a pensare spesso "come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com'era dopo che erano successe tante cose brutte?"
E visto che questo è il periodo dell'anno in cui si guardano le saghe.
E visto che per me c'è solo un'unica e sola trilogia.

Vi lascio con il mio personale augurio, anche se non sono ancora proprio convinta al cento per cento che la mia vita tornerà mai ad essere quella di prima, quando non dovevo preoccuparmi continuamente di cosa mangiare, cosa bere, se da un momento all'altro sarebbe potuto venirmi il male all'addome con tanto di corsa al pronto soccorso, se le carenze di ferro prima o poi passeranno e potrò smetterla di farmi le punture per l'emoglobina...non so se tutto questo passerà mai e mi lascerà vivere come una persona SANA che non deve costantemente stare in ansia per la sua salute.

Ma so che c'è del buono in questo mondo. Ed è giusto combattere per questo.



Buone feste a tutti.
(ah, e parlando di sfighe, indovinate chi è tornato da Napoli dicendomi "amore, ho promesso a mio padre che se avremo un figlio lo chiameremo come lui". Suo padre si chiama Alfonso. Passo e chiudo)

venerdì 3 novembre 2017

Pronti per il mambo number 5, quinto ciclo e sorrisi


Prima di iniziare volevo fare due premesse. La prima è lui, perchè finalmente siamo arrivati al ciclo numero 5:


La seconda premessa è questa:
la mia mamma, nonchè mia fan numero uno, nonchè assidua lettrice di questo blog fin dalla sua creazione (quando i lettori erano circa quattro), mi ha rimproverata per il mio linguaggio scurrile e poco signorile.
Quindi, per dimostrare alla mia mamma che qualche volta la ascolto sempre, per questo post facciamo un fioretto e censuriamo tutte le parolacce.
(io ci provo, GIURO! Ma visto che hai partorito una bella bambolina dagli occhi azzurri e i boccoli color del grano, che crescendo si è tramutata in una donna alpha dalla delicatezza di un camionista ucraino, la raffinatezza di Rocky Balboa, il tasso alcolico di Karen Walker e il linguaggio di Sgarbi, sappi cara mamma, che per me sarà durissima!)

Quindi, cominciamo.

Io e la mia banda di unicorni, più ananas e papino che per la prima volta è venuto a tenermi compagnia al COES, siamo qui per il penultimo ciclo, come vi avevo preannunciato, e abbiamo tutti un mega sorriso sulle labbra. Sì, anche l'ananas, appena scoprirò dove gli ananas hanno la bocca.
Se il post precedente è stato brutto, cattivo e incazzato arrabbiato, questo sarà pieno di unicorni, arcobaleni, brillantini, fatine, coriandoli, stelle filanti e notizie gioiose come quella della gravidanza dei Chiarez (Fedagni? Bo, vabbè, ci siamo capiti).

È incredibile quante cose succedano in soli 21 giorni.
Proprio l'ultima volta che stavo scrivendo su questa pagina, non c'era quasi niente che andasse bene, ogni volta che sembrava esserci UNA cosa che stava andando per il verso giusto, seguivano a ruota dieci cose pronte a complicarla. Come un gigantesco e affamato Majin Bu, pronto ad inglobare ogni piccolo barlume di gioia che mi si presentasse. Va bene, forse sto facendo un po' la Leopardi della situazione.
Let's move on.

In ogni caso, proprio come avevo scritto l'ultima volta, a forza di prender pioggia, dovrà pur spuntare un arcobaleno no?

Eccoli, finalmente sono arrivati, sono tanti, e non so bene da dove iniziare.

A parte il fatto che il mio arcobaleno numero uno, sembrerà zuccheroso, stucchevole e leccaculo ruffiano, ma devo ammettere che siete voi.




Sì, anche tu, lettore sconosciuto che non mi hai mai visto in faccia e che hai seguito le mie (dis)avventure negli ultimi quattro mesi.
Potete immaginare il mio stupore, la prima volta che ho parlato del viaggio dall'India al COES, nel vedere quante centinaia di persone si siano interessate alla mia salute. 
Dopo il primo post, ho ricevuto messaggi da tutte le parti, whatsapp, messenger, commenti, cuori, affetto, persone per strada che mi chiedevano come andava... e più andavo avanti a raccontare e più i miei lettori si facevano numerosi. Fino ad arrivare a sentirmi dire da amici, parenti, la mia estetista, e pure mio fratello (che l'ultima cosa che ha letto è stata - probabilmente - un Topolino nel 1999 o le istruzioni per montare il letto) che dovrei scrivere un libro. Probabilmente non lo farò mai, perchè sono un'eterna procrastinatrice, incostante e non porto (quasi)mai niente a termine, e probabilmente non diventerò mai la Ferragni col mio blog, e da questa storia non guadagnerò nemmeno un centesimo. Ma solo il fatto che il mio ultimo post sia stato letto DUEMILA volte, beh... raga! Che vi devo dire.... Grazie! 
Grazie, non smetterò mai di dirlo.
Prima di tutto perchè io nemmeno credo di conoscerle, 2000 persone. 
E secondo poi perchè mi riempite sempre d'affetto in una maniera incredibile, anche persone che avevo lì tra gli amici e coi quali magari non parlo da anni o semplicemente abbiamo un'amicizia che non va oltre al semplice scambio di "mi piace", però tra voi, i miei amici più stretti e la mia famiglia, avete fatto la cosa che, secondo me, è più importante per un malato: non mi avete fatta sentire sola.
Certo, è vero che la solitudine è nella testa di una persona che sta male, nel momento in cui pensi che nessuno possa davvero capire quello che stai passando, quello che hai dentro e i pensieri tristi che solo tu puoi sentire.
PERO'.
È anche vero che in tutti quei momenti, non mi è mai mancato un abbraccio, un aperitivo pieno di sorrisi, una cena in compagnia, un bacio sulla fronte o una mano amica che mi accarezza i capellini che mi stanno crescendo (oh, no, SPOILER!)

Se c'è una cosa che ho imparato, in questi mesi, è non dare per scontata la quotidianità, la semplicità, lo stare bene.
Dopo giorni e settimane passate con la nausea, priva di forze fisiche o mentali e con lo scazzo l'uggia del non volersi alzare dal divano, il solo fatto di poter stare bene fisicamente, e godersi una cena con i miei cugini a ridere fino alle lacrime è un piacere che magari prima non avrei colto. Ecco perchè mi arrabbio quando non riusciamo a organizzarci per una pizza, pur vivendo tutti nello stesso paese di seimila abitanti. Perchè, per me, quel momento che passiamo insieme, e durante il quale io sto bene, è un lusso che per molti altri giorni non mi sono potuta concedere.
Ancora di più dopo aver scoperto di essere guarita (oh, no, SPOILER numero 2!).
Il giorno in cui ho fatto la TAC, non sapevo che esito avrebbe avuto, e ho semplicemente scelto di circondarmi degli amici di una vita, e fare una piccola cena in casa, ignorante e con tanto alcol. E poco importa se l'esito sarebbe stato positivo o negativo, quello che mi importava era soltanto essere circondata da persone che sarebbero state in grado sia di farmi ridere fino alle lacrime sia di consolarmi, facendomi comunque ridere con delle battute assolutamente inappropriate e fuori luogo sulla malattia, come solo loro hanno sempre saputo fare (come quando, sette anni fa, è mancata una persona a cui tenevo tantissimo, e loro in qualche modo riuscivano a farmi ridere mentre ero devastata dal dolore, e per questo credo di non averli mai ringraziati). Alla fine, quella serata è stata un grande festeggiamento tranquillo, cibo buono, vino buono, champagne del Lidl, bambini che suonavano al campanello per "Dolcetto o Scherzetto" e venivano cacciati, Valentina che viene insultata dai suoi amici per aver cacciato i bambini, Luca che propone di dare ai bambini il Dolcetto inteso come vino,
bambini che tornano e si puppano i biscotti alla zucca, risate, abbracci e semplicità. Quella semplicità che voglio celebrare, che nella mia quotidianità fatta di nausee, dolori alla pancia, umore sotto i piedi e affaticamento, mi era mancata immensamente.

Quindi, il primo arcobaleno, amicici siete voi.

A proposito di amici, ecco la seconda novità.
Abemus lavoro!
Anche se è arrivata la lettera dell'accertamento delle capacità lavorative, da parte dell'Inps, che conferma la mia "totale invalidità lavorativa" con percentuale 100%, sono riuscita a trovare lavoro, per un anno, in una grande multinazionale torinese che magari non posso nominare per privacy (ma quando mai? È l'Iveco!). Quindi è proprio il caso di dire: impiegati dell'Inps? mavaaaaaaaacagarevah andate a espellere le vostre incombenze intestinali, suvvia.
Sono felicissima, agitatissima, totalmente consapevole che sarò un'incapace pazzesca o romperò il computer il primo giorno di lavoro, ma poco importa, la buona volontà e la voglia di imparare sono tante e perchè lo stipendio è davvero buono (e mai avrei pensato di poter chiamare "buono" il mio primo stipendio italiano, figuriamoci azzardare un "davvero buono", mi scende una lacrima!), l'orario è d'ufficio, le feste sono a casa e nel week end posso andare a piangere mentre guardo vedere il Toro allo stadio.

[PARENTESI INUTILE:
 vogliamo parlare di un altro momento felice? 
Tipo il Toro che vince in casa dopo DUE MESI? 
Ok, basta, chiusa parentesi arcobaleno-calcistica]

E ora parliamo degli amici, perchè, signore e signori, anche il Napoli ha trovato lavoro.
Siete in tanti ad avermi chiesto il suo curriculum perchè volevate aiutarci, e vi ringrazio tanto tanto tanto, perchè anche se magari la cosa non è andata in porto, il pensiero conta, e non lo dico tanto per dire. È proprio grazie a qualcuno - che non vuole essere nominato - che legge sempre il mio blog, se lui in questo momento mi ha abbandonata qui col mio papone e sta lavorando. Incrociamo le dita perchè gli vada bene e questo momento di tranquillità lavorativa duri per entrambi.


Una novità, che è conseguenza e allo stesso tempo artefice della mia tranquillità, è lo yoga.
Va tanto di moda da secoli, e io sono anni che continuo a dire che dovrei iniziare a farlo. Ho colto la palla al balzo, con il corso del Circolo Donna, e piano piano sto imparando a usare il respiro per trovare un po' di pace interiore.
Ve lo dico eh, è impossibile.
Anche durante i luuuuunghi minuti, passati a concentrarmi per respirare profondamente, nella mia testa è il caos. Sembra di essere a Kobane nel bel mezzo dei bombardamenti. Proprio gna fo' a spegnerlo e rilassarmi, se avete l'antidoto o la formula magica, condividetela con una donna perennemente inquieta.
Nel frattempo, continuo a lavorare sulla mia pace interiore, almeno mi impegno di più di quanto si stiano impegnando persone più importanti per lavorare sulla pace a Kobane.
Ma andiamo avanti.

Ormai l'altro arcobaleno ve l'ho già annunciato, metà su Facebook e metà poco sopra.
I CAPELLI!


Sono tanti, sono fini fini e SONO BIONDI. Ok, niente panico. Sono solo i primi, e fanno in tempo a scurirsi.
Non mi avrete mai bionda. Mai più. 



Sembro un pulcino spelacchiato, ma ad accarezzarli sembro un cucciolo di labrador. Avete il mio permesso scritto di pacioccarmi la testa appena mi vedete!


Ma l'altro arcobaleno che ho visto in questi giorni, ha poconulla a che fare con i capelli.
Ho avuto l'immensa fortuna di vedere e poter parlare con uno dei miei scrittori preferiti di sempre. Il profeta. L'unica persona che potrebbe parlare anche di pubblicità di pannolini per bebè, e io starei lì ad ascoltarlo, estasiata, come se si trattasse di un saggio sui diritti umani.
No, non è Obama.
Anche se è nel monte Olimpo degli uomini della mia vita.
È pelato.
È napoletano.
È Roberto Saviano.
Non è stato facile trovare qualcuno che venisse con me. Cioè, io sarei anche andata da sola. Cioè io gli avrei anche fatto compagnia per tutta la tournè, da sola. Cioè, io vorrei anche far parte della sua scorta, fargli da domestica, cuoca, autista, telefono amico, compare nel fantacalcio, fidanzata, madre dei suoi figli(non è vero, Luca, scherzo eh), però ormai avevo preso due biglietti e dovevo andare con qualcuno. Tutti i miei amici hanno storto il naso, perchè in molti ritengono che Saviano sia uno spocchioso, arrogante, pallone gonfiato e pieno di sé. Quindi alla fine, mi ha accompagnato il suo compaesano, malgrado pensasse le stesse cose che pensavano i miei amici.
Ora, io non sono mai andata a prendere un caffè con Bobo, ma in quei cinque minuti in cui sono riuscita a scambiare due parole con lui, vi assicuro che mi è sembrato tutto fuorchè ciò che in molti pensano.
Avendo una gran faccia da culo tosta, ho iniziato subito a fare la rompipalle stressacadaveri, chiedendogli di inserirmi una dedica speciale "Stai senza pensieri", perchè il giorno dopo avrei avuto la famosa TAC e avevo davvero bisogno di sentire la mia frase preferita in napoletano, e non c'entra niente il fatto che la dicano di continuo in Gomorra, davvero.
Dopodichè è partita la seconda richiesta. Potete pensare quello che volete (e se non la pensate come me, come al solito, non me ne frega un cazzo la vostra opinione non è di mio primario interesse) ma ogni volta che sento quanto sia difficile la vita sotto scorta, mi si stringe il cuore e mi sale una gran voglia di abbracciarlo, perchè la solitudine non la merita nessuno. E così mi sono fiondata ad abbracciare Saviano, tuffandomi tra le sue braccia che la Cagnotto avrebbe preso un 10 alle olimpiadi. Me ne sono andata con la promessa, da parte sua, che la TAC sarebbe sicuramente andata bene e la promessa, da parte mia, di fargli sapere in qualche modo come sarebbe andata.



Quindi arriviamo con la notizia più bella, ma mi sa che ormai non è nemmeno più una novità, visto che l'altro giorno i miei mi dicevano che, dopo la messa, venivano fermati dalle persone che mi conoscono per farmi i complimenti per la guarigione (o si dice auguri per la guarigione?). Ma pechè non ho pensato di farlo dire dal parroco del paese con il megafono? 


Occhei, Valentina, un po' meno.


Dunque la grande notizia è cheee:

LINFOM*RDA È STATO SCONFITTO.

E qua c'è solo una cosa che va detta, cantata, condivisa e ricondivisa in tutto il mondo:




Cari tutti, voi tenetevi la Madonna di Lourdes, quella di Fatima e di Medjugorje. Padre Pio e tutto il calendario dei Santi.
A me è bastato un abbraccio da Santo Roberto Saviano da Napoli, per guarire dal linfoma.

Si scherza, né.
Per fortuna esiste la chemio, i dottori, la scienza e LA RICERCA.
A tale proposito, ci tengo veramente tanto tanto tantissimo a fare un piccolo momento di pubblicità.


Raga, la ricerca è FONDAMENTALE per fare in modo che i linfom*erda e tutti gli altri cancrim*rda vengano sconfitti e le persone come me possano continuare a rompervi le ballescatoline. Potete anche credere che sia Dio a curarmi, ma senza l'aiuto della chemioterapia, anche Dio ha le mani legate, ve lo assicuro.

Nel dubbio, questi sono i GIORNI DELLA RICERCA, fino al 5 novembre, e vi allego un articoletto preso da LaStampa dove vi spiegano bene tutto quello che sta facendo l'AIRC, cliccando QUI.



Ci chiediamo spesso cosa possiamo fare noi per rendere il mondo un posto  migliore, almeno io me lo chiedo piuttosto spesso. E in tantissimi mi avete chiesto "cosa posso fare per aiutarti?", per aiutare me personalmente, niente, oddio, a parte venirmi a trovare con una vaschetta di gelato. Però non ci sono solo io, siamo in tanti, basti pensare che ogni giorno vengono diagnosticati circa mille nuovi casi di cancro.

E voi cosa potete farci? Potete fare un sacco. Prima di tutto, ci sono moltissimi tipi di cancro che sono riconoscibili in anticipo, prima che siano troppo dannosi, con la prevenzione, quindi non sottovalutate le vostre condizioni fisiche. Il mio linfom*rda non si poteva riconoscere in anticipo, non ha dato sintomi, ed è diventato una palla di 20cm che mi è cresciuta nell'intestino.

Oltre alla prevenzione si può fare qualcosa attivamente, e il modo più banale che mi viene in mente è donando il sangue. Durante le mie simpatiche visite in ospedale ho visto decine di persone che facevano trasfusioni, e io stessa ne ho avuto bisogno in India. DONATE. Non costa niente, ovviamente non vi pagheranno, ma sarete controllati ogni volta che donate il sangue, gli esami sono gratuiti e la vostra salute è sempre sotto controllo, e soprattutto, cosa molto più importante, potete davvero salvare la vita a qualcuno.

E se avete paura degli aghi, se avete visto le Iene e pensate che poi l'Avis vi rubi le sacche di sangue e le rivenda al mercato nero ( Ienedimerda Le Iene sono un programma che non incontra i miei gusti personali), se non volete donare il sangue senza che vi diano dei soldi in cambio, o se avete tante balle simpatiche scuse per la testa, allora donate all'AIRC.

Spendete sti du' soldi per i "cioccolatini della ricerca" ( trovate le piazze dove comprarli: CLICCANDO QUI )

O fate semplicemente una piccola donazione dal sito, sempre seguendo il link che ho messo sopra. Non importa se non siete miliardari, un piccolo aiuto da parte di tutti aiuta la ricerca a crescere, e voi aiutate gli sfigati come me a guarire.

Prontissima ad affrontare questi ultimi 21 giorni che precederanno l'ultimo ciclo e che inizieranno con l'organizzazione di una giornata intera di sorprese per il compleanno dell'uomo che più ha dovuto sopportare le mie lamentele, i miei pianti, i cambi d'umore, le ore infinite nelle stanze d'ospedale, i miei silenzi, i turbamenti, le risposte acide e sarcastiche. Perchè in questi giorni, nessuno più di lui, che ha messo da parte il suo spropositato e permalosissimo ego, per far spazio al mio gigantesco ego da vittima malaticcia, e merita di essere festeggiato nel migliore dei modi.
E io vengo dalla scuola Maria DeFilippi, no, non Amici, la scuola di C'è Posta Per Te, con sorprese, lettere lunghe come la bibbia e pagliacciate varie, poverino non sa cosa lo aspetta.


Sempre con il mio motto preferito
#nonsimollauncazzo #nonsimollaunpene #scusamamma

P.S. Mi scuso per la quantità di gif di Will e Grace ma questa puntata è stata particolarmente toccante, quindi meritava qualche menzione in più.

sabato 14 ottobre 2017

Malaticcia, inca**aticcia e polemica

Niente, a sto giro vi tocca un po’ di polemica.

Siete avvisati, quindi non avrete motivo di lamentarvi con me che sono sempre la solita rompiballe.
Il fatto è che ieri ho fatto il quarto ciclo,e tutto è passato tranquillo, mentre traducevo per Subspedia la mia parte in Will e Grace e mi scervellavo, con l'aiuto del Napoli, per rendere in napoletano una scena incentrata sull'accento di New Orleans (non mi chiedete!)

Oggi no, oggi sto demmerda.
I 21 giorni che sono passati tra il terzo e il quarto ciclo, sono stati davvero fantastici, a livello fisico, a livello mentale NO.

Il grande problema della NAUSEA è stato risolto con l’antinausea della vita, il mio nuovo miglior amico, l’Emend, che ho scoperto costare tipo 88 euro per tre pastigliette da assumere nei primi tre giorni dopo la terapia. Con l’aiuto delle pastigliette magiche (e non parlo dell’ecstasy!) e la mente impegnata in mille cose, non ho avuto modo di far prevalere i malesseri fisici.

Sono andata ad un concerto a vedere il mio gruppo preferito (i Linea 77, tanto amore e tanto pogo), solo quattro giorni dopo la terapia, e stavo davvero bene. Prima fila, tutte le canzoni a memoria, urlate a squarciagola, saltando come una teenager. Ho anche quasi iniziato una rissa e beccato uno sputo sul braccio, giusto perché la dottoressa ha detto che sono immunodeficiente e devo evitare posti affollati e malattie virali. Come minimo ho preso l’ebola, la suina e la febbre dei polli gialli. Non importa, ero nel mio ambiente del disagio ignorante musicale torinese, ed ero tranquilla, sana, pelata, senza copricapo e libera dai dolori e dalla nausea.



Oggi no, oggi male. Ma ne parleremo dopo.

Perché oggi sono incazzata e polemica?

Sono incazzata perché sto male e odio lamentarmi.
Perché avrei mille cose da fare: la spesa, una casa da pulire, il bucato da fare, i pavimenti da lavare, il tappeto che ormai è una colonia di batteri e ecosistemi a sé, o anche solo una camminatina o passare il sabato sera al pub a bere una birrozza.
Escludiamo pure la birrozza, grazie al simpaticissimo cortisone, ma per trovare la forza di andare a buttare la munnezza, ho dovuto ricorrere a tecniche da super saiyan, figuriamoci se riesco a uscire da qui. Ieri ho preventivamente scaricato tutte le serie tv arretrate, scroccando internet dai miei (perché OVVIAMENTE siamo ancora senza internet, e i tecnici di Vodafone sembrano più impegnati del Papa durante il periodo pasquale, santiddio) quindi immagino che passerò i prossimi giorni tra un pianto lungo 40 minuti davanti a This is us (che se non avete mai visto, VEDETELO!), a controllare di non avere nuove malattie rare con Grey’s Anatomy, a sognare una carriera lavorativa nella politica con Olivia Pope, farmi prendere male con la nuova stagione FA-VO-LO-SA di American Horror Story, e infine a farmi due risate con Will e Grace.


In tutto questo, quel sant’uomo del Napoli, non solo va da una parte all'altra della casa tra stendere il bucato, cucinare e lavare i piatti, ma deve anche rincorrere me per prendermi di peso (e peso più di 60kg, se non gli esce un ernia è fortunato!) e mettermi sul divano per farmi stare buona, calma e forzarmi al riposo.
E nel caso vi stiate chiedendo dov’è il terzo inquilino della casa, il buon Fratello, dorme! Dopo ore infinite a lavoro, straordinari, gruppi musicali con cui provare, e giustamente trovare il tempo da passare con la sua ragazza, credo che sia collassato sul letto e si sveglierà verso l’ora di cena dopo un lungo letargo.
Morale della favola, il mio uomo è costretto ad accollarsi tutti i lavori di casa, mio fratello ha finito le energie da qui al duemiladiciotto, e io vegeto nel mio stato nausea-fame molesta-crampi alla pancia, dalla quale non riesco a liberarmi da due giorni a questa parte.
Ieri sera mi sono coccolata con un bicchiere di Nebbiolo, nettare degli dei, per poi crollare dalla stanchezza ancora prima che finisse X-Factor (e questo è già un ottimo motivo per incazzarsi).
Ma il peggio è arrivato sta mattina, il povero ragazzino a cui faccio ripetizioni avrà pensato che fossi strafatta di crack, mentre invece avrei solo voluto vomitare sul libro di matematica in qualsiasi momento senza riuscire a concentrarmi un secondo.
Sono incazzata perché questa non sono io. 
Non ho la lucidità per fare dei calcoli elementari, non ho la forza per uscire, non ho voglia di addentare quel fantastico pollo che ha cucinato per me il mio ragazzo, per paura di vomitarlo. E sono incazzata perché odio lamentarmi quando sto male, non sono un uomo, santo cielo. Non penso di morire con una semplice febbriciattola a 38°C.
Eppure sono qui, a sfogarmi con voi che siete arrivati a leggere fino qui.

Sono incazzata perché linfomerda ha limitato le mie scelte future.
Perché la mia condizione non mi permette di fare tutto quello che vorrei.
Ieri parlottando con la mia adorabile e sempre disponibilissima ematologa, le stavo dicendo che, quando guarirò, (perché non esiste un SE guarirò, io guarirò, punto.) dicevo, quando guarirò vorrei tanto poter rendere “grazie” a modo mio per esserne uscita. Non andrò in Chiesa a ringraziare, e ne parleremo dopo, ma vorrei fare qualcosa di concreto. Visto che, per fortuna, il mio midollo non è stato intaccato dalla malattia, desidero donare il midollo alle persone che sono state più sfortunate di me e sono state costrette a subire un trapianto di midollo.
E NO.  
Mi risponde la mia dottoressa, non puoi farlo, Valentina. Praticamente ho scoperto che, dopo aver fatto una chemioterapia, non solo non potrò donare il midollo che, non si sa mai, potrebbe servirmi in un futuro se la malattia si ripresentasse. Ma la cosa peggiore è che non potrò mai più donare il sangue, né tanto meno donare i miei organi quando morirò. 
E la cosa mi fa incazzare da matti. 
Prima di tutto perché se io non avessi avuto qualcuno che mesi fa ha fatto la scelta responsabile e altruistica di donare, io sarei morta durante l’operazione, quindi spingo sempre tutti quelli che conosco a diventare donatori di sangue, e poi perché ho sempre voluto battere mio padre che ha tante di quelle donazioni Avis che ormai superano la cinquantina. 
E secondo poi perché io ci tenevo davvero a donare gli organi. Proprio l’altra sera a Le Iene (sì, lo so, è un programma osceno) parlavano di quanto sia restia la gente a donare gli organi, mentre io non ho MAI avuto nemmeno il minimo dubbio. Una volta morta, a cosa potranno mai servirmi i miei organi? Ok, il mio fegato probabilmente sarà inutile, e se lo strizzate può anche darsi che ne esca un liquore buono post-mortem tanto è l’alcol assimilato  durante la mia vita, però tutto il resto è in ottimo stato. Ho un gran cuore, due bei polmoni da non fumatrice, due reni in ottimo stato idratati a suon di birra, un utero che aspetta solo di essere riempito da un parassita, ops, batuffolo d’ammore. Insomma, io i miei organi non li voglio portare nella tomba, voglio essere utile a qualcuno che può davvero averne bisogno per vivere.
E invece no. Questo stupido linfomerda ha reso inutile il mio corpo, sia da vivo, sia da morto.

Sono incazzata perchè non voglio provare invidia verso i miei amici.
E' proprio una cosa odiosa, ti fa stare male. 
Vedo i miei amici che viaggiano, visitano posti fichissimi, vanno al mare, all'estero, fanno cose semplicissime che fino ad un anno fa facevo anche io.
Però io ora sono bloccata qui. 
Non posso prendere un aereo, un po' per una questione economica, e un po' per la solita storia dell'immunodeficienza. 
Non vedrò il mare fino a chissà quando, e non posso dire di essere pienamente realizzata dall'aver passato le vacanze in Romagna dove il mare è più simile ad una pozza fangosa, soprattutto dopo essere stata alle Canarie ad Aprile e aver visto QUELLE spiagge e QUELL'oceano. 
Invece ora, al massimo vedo la vasca da bagno, con un fashionissimo tappetino per la doccia a forma di coccodrillo (Ikea je t'aime).
E vedo le vostre foto, e vi invidio da matti. Cosa assolutamente non giusta, perchè è davvero una cosa idiota provare invidia verso le persone a cui vuoi bene. Quindi mi incazzo.

Sono incazzata perché l’Inps mi prende per il culo.
Non so quanti di voi sapranno questa cosa, perché io ne ero completamente all'oscuro prima di ammalarmi e prima che un’amica me ne parlasse, perché sappiate che i medici non vi diranno mai un cazzo se non glielo chiedete esplicitamente.
In quanto malata oncologica, ho diritto a richiedere l’invalidità all’Inps, se non riuscissi nemmeno a muovermi, avrei anche diritto all’accompagnamento, ma visto che sono perfettamente autosufficiente, non mi sono nemmeno posta il problema. 
In più un vostro parente/coniuge possono richiedere la legge 104, che gli da diritto a 3 giorni di permesso lavorativo al mese per accompagnarvi alle visite mediche. 
In più, qualora rientraste nella categoria degli invalidi, potreste rientrare nelle categorie protette, secondo la legge 68/99, e avere più possibilità di trovare lavoro, perché le aziende hanno l’obbligo di assumere appartenenti alle categorie protette, quando il loro numero di organico supera determinate cifre.
Bello, ve’?
Eh, insomma.
Qualche mese fa, fatte le varie visite all’Inps e le procedure burocratiche al Caf, mi dichiarano invalida al 100% e inabile al lavoro, ritenendomi idonea a ricevere una pensione di invalidità, di poco meno di 300€ al mese. Procedura pressocchè standard per qualsiasi malato di cancro che fa chemioterapia.
Benissimo, però io ho un affitto da pagare, le bollette da pagare, mangio come una scrofa quindi anche la spesa da fare, la benzina, internet e via dicendo. Capirete che 300€ non sono niente. Cioè, non voglio passare per ingrata, grazie che questi soldi ci sono, però visto che la mia “disabilità” non compromette le mie facoltà fisiche o mentali, decido comunque di iscrivermi alle categorie protette e cercarmi un lavoro.
Seconda visita all’Inps, accertamento delle capacità lavorative. In pratica devono accertarsi che io sia a posto col cervello, possa muovermi facilmente e svolgere funzioni lavorative che ovviamente non comprendano lavori di fatica. E qui la presa per il culo. Il simpatico impiegato che deve rilasciarmi la lettera nella quale si certifica che io posso comunque svolgere un lavoro, preferibilmente d’ufficio, mi dice che con una percentuale così alta di invalidità è difficilissimo, se non impossibile, che qualche azienda prenda in considerazione il mio curriculum, perché comunque “signorina, come vede sulla lettera c’è scritto “inabile al lavoro”.”
Ricapitolando.
Lo Stato certifica la mia invalidità al 100%, mi dichiara inabile a lavorare, e pretende che io campi con 300€, perché nessuna azienda mi prenderà mai con una percentuale così alta.
Ditemi se vi sembra un ragionamento sensato, perché a me no.

(E sempre sul tema lavoro)
Sono incazzata perché l’Italia è un posto terribile dove cercare occupazione.
Lo sapevamo che sarebbe stato difficile. 
Non siamo a Londra, dove non siamo mai stati più di una settimana senza lavorare, dove prendevamo 10£ all’ora per fare lavori del cazzo, dove avevamo sempre regolari contratti con ferie pagate che potevano permetterci di viaggiare e vedere il mondo.
Siamo in Italia. E non c’è differenza che tu sia senza diploma o abbia quasi due lauree, tre anni di esperienza all’estero, un’ottima conoscenza della lingua inglese, una gran voglia di lavorare, sia iscritta alle categorie protette o meno, e due palle che vi potrei schiacciare tutti quanti tanto sono toste. 
No.
Perché l’Italia è quel posto dove ti offrono lavori in nero a 600€ per 60 ore lavorative a settimana.  
È quel posto dove per fare lo spazzino della raccolta differenziata chiedono il diploma, ma per lavorare all’Agenzia delle Entrate come impiegato amministrativo (a Cagliari) basta la terza media, e giuro di aver personalmente letto entrambi gli annunci di lavoro e aver provato più nausea di quanta ne provi adesso per colpa della chemio.
L’Italia è quel posto dove due giovani, sotto i 30 anni, non riescono a trovare lavoro, anche passando giornate intere a scandagliare tutti i siti di offerte, le agenzie e gli annunci più idioti. 
L’Italia è quel posto dove i giovani hanno davvero voglia di lavorare, e vengono contattati da cooperative che li potrebbero assumere part-time, 20 ore a settimana, per un tirocinio da 300 euro al mese (pagati ogni due mesi).
L’Italia è quel posto così saturo di richieste di lavoro da essersi completamente imballato in se stesso, in mano ad agenzie del lavoro che lucrano su poveri disgraziati, il più delle volte prendendoli per i fondelli.

“E se ti fa tanto schifo l’Italia, tornatene a Londra”

Non ve lo nego, ci sono state giornate dure, dove sia io sia il mio ragazzo  ci siamo guardati negli occhi chiedendoci “ma chi ce l’ha fatto fare di tornare?”.
Non lo so. 
È tutta colpa mia, ovviamente. 
Io volevo iniziare a costruirmi un futuro qui, nel mio Stato, finire la specialistica, stare vicino alla mia famiglia, ai miei affetti, alla mia cultura e allo stile di vita all’italiana che tanto mi mancava a Londra. È forse sbagliato? 
E lui, per amore, mi ha seguita, assecondando le mie scelte. Ora, chi sta facendo più fatica ad adattarsi a queste scelte, è lui, perché il mercato del lavoro è un posto con meccanismi assurdi, perché devi avere esperienza per fare un lavoro manuale (come il magazziniere), perché se vuoi lavorare nell’edilizia ci sarà sempre qualcuno che farà un lavoro ad un prezzo più basso del tuo, perché nelle fabbriche non entri se non hai un corso in meccanica, o le conoscenze, perché serve un diploma anche per un lavoro manuale che potrebbe fare una scimmia, e perché serve un titolo di studio anche per prendere dei cassonetti e buttarli dentro un camioncino.
Sapevamo che non sarebbe stato facile, ma così mi fate proprio incazzare.

E sono incazzata con Dio
O meglio, con chi mi rifila profezie religiose per risolvere le mie ansie.
Chi mi conosce sa che sono stata una persona tutto sommato religiosa fino ai miei 20 anni. Quando ho capito che non può esistere un Dio che fa morire la persona che ami, a soli 26 anni, per un male davvero stupido. Lì è iniziata la mia lotta contro Dio e contro tutte le ingiustizie del mondo.
Ho iniziato a capire che non può esistere un Dio che permette che una tua amica abbia un male brutto e più sembra vicina la guarigione, e più ne spuntino altre.
Non può esistere un Dio, quando una nipote lascia il nonno per tornare a Londra a febbraio, dove lui sta tutto sommato bene, e quando torna a giugno ha a malapena il tempo di vederlo e parlargli un’ultima volta, ad un corpo dove il suo nonno è imprigionato da una malattia che gli è venuta all’improvvisto e nel giro di due giorni se l’è portato via.
Non può esistere un Dio che strappa ad una famiglia un uomo, un padre, giovane, mentre sta guidando la sua macchina con suo figlio addormentato sul sedile posteriore, che non ha mai avuto la possibilità di salutarlo per l’ultima volta.
Non può nemmeno esistere un Dio che strappa alla sua famiglia una mamma che ha sofferto tanto, girando quasi tutta Italia per cercare una cura ad un male che non si può curare, una mamma che era il pilastro della famiglia, che ora fa fatica ad essere unita come prima.
Non può esistere un Dio, quando una ragazza andata all’estero per fare del bene e aiutare le persone più sfortunate, viene operata d’urgenza, da sola, e scopre di avere un linfoma, da sola, senza nessuno dei suoi affetti vicino ad abbracciarla in uno dei momenti più terribili della sua vita.
E potrei andare avanti all’infinito, citando guerre, bambini malati, e così via.
Io non ci credo più. 
Provo una profonda invidia per Chiara Luce Badano, che ha vissuto serenamente la sua malattia affidandosi a Dio, perché almeno aveva qualcosa in cui credere, qualcosa che le potesse dare la convinzione che sarebbe andato  tutto bene.
Io non ho questa convinzione.
Pochi giorni fa ho avuto delle forti fitte all’altezza della vescica dove, secondo la TAC fatta tre mesi fa, ho le masse più grosse. E questo mi fa pensare che siano ancora lì, e che la strada potrebbe essere più lunga del previsto.
Non ho la certezza di affidarmi ad un Dio buono e caritatevole. Non ho la certezza che, nel caso in cui dovessi morire, andrei in un fantomatico paradiso dove potrei incontrare i miei nonni, Freddie Mercury e San Tommaso. Perché io non credo, non ho fede e l’unica cosa che mi da la forza per superare tutto quello che mi sta succedendo sono io. Io con la mia forza di volontà, con la mia famiglia che mi riempie d’amore, con il mio ragazzo che ha una pazienza infinita (e anche quando questa pazienza finisce, riesce a trovarne altra), ed i miei amici che si preoccupano sempre per me e mi mandano duecento messaggi quando sanno che ho la terapia.
Nessun Dio.
Quindi, non fatemi incazzare con queste frasi che dovrebbero essere fatte per farmi stare meglio del tipo:
  •           È solo Dio che ti mette alla prova
  •           Le strade del signore son infinite, vedrai che c’è un motivo a quello che ti sta succedendo e lui lo sa
  •           Quando guarirai, capirai il miracolo della guarigione che ti ha mandato dio
  •           Quello che ti succede non è colpa di Dio, ma del male, per questo dovresti andare a messa e chiedere a Gesù di combattere il male

E vi giuro che queste sono tutte frasi che mi sono state rivolte negli ultimi tre mesi. Lasciate stare, davvero. Su questa bella storiella di Dio ci ho messo una pietra sopra, e qualsiasi cosa diciate, mi farà solo venire i nervi.

[Dio mi ha guarito, non la chemio, non i medici, non la scienza, non la ricerca, DIO.] 

Sono tanto incazzata, e mi avevano avvertito che sarebbe stato normale. Il fatto di essere impotente di fronte ad un corpo che non fa quello che vorresti, è davvero disarmante.

Poi, per come sono io, passo giornate buissime, ma passo anche momenti pieni di grandi sorrisi.
Non è vero che gli ultimi mesi sono stati solo nausea, tristezza e stress per il lavoro.
Ho avuto sostegno incredibile da tutti quelli che mi sono vicini e da tutti quelli che seguono il decorso della battaglia contro linfomerda anche a distanza.

C’è stato chi ha creato una raccolta fondi online per regalarmi un cucciolo di San Bernardo (grazie Vittorino!)
Chi mi ha mandato messaggi privati con offerte di lavoro per il Napoli (non posso fare nomi, ma grazie!), chi è venuto a trovarmi e far bagordi nella casa nuova portando cibo, dolcini, pensierini o semplicemente un sorriso, chi si è offerto di dare in prima persona un lavoro al mio ragazzo per aggiustare la propria casa, chi mi manda messaggi di forza in qualsiasi momento della giornata, chi si è subìto l’eterna attesa della sala d’aspetto quando ho le visite dall’ematologa (mia mamma ormai ha l’abbonamento, ma grazie a Elena e mio fratello, che stavano esaurendo!), chi non fa nemmeno una piega se in preda ad un momento di profonda tristezza, torno a casa con una gabbia, del mangime e un cricetino schizzato



E c’è chi legge sempre i miei post e li commenta con affetto.
GRAZIE, davvero.


E poi cerco di prendere i lati positivi di questa invalidità al 100%, come  il fatto di poter entrare gratis nei musei o l’abbonamento gratis alla GTT 
(maledetti, vi odio e prenderò i vostri mezzi, sempre in ritardo, AGGRAAAATIS AH!) 

Senza dimenticare la cosa più importante. I miei dolorini, i cambiamenti d'umore, la nausea, il vomito, lo stomaco a pezzi, l'intestino tagliuzzato, sono NIENTE in confronto a quanto stanno passando altre persone, magari con un linfomerda, o una metastasimerda, o un qualsiasi cancromerda. Io ho la fortuna IMMENSA di stare a casa mia, lontana da quel letto d'ospedale di cui ho tanto paura. Non ho mai avuto la febbre, che è uno degli effetti collaterali più frequenti. Non ho avuto la polmonite, fin'ora almeno, altro gettonatissimo premio in palio per chi fa l'R-CHOP. Non sono più corsa in Pronto Soccorso, perchè la Codeina è una cosa bellissima e fa passare tutti i dolori. 
Diciamocelo forte e chiaro: tutto sommato, sto bene.

E in ultimo cerco di godermi ogni secondo con la persona che amo, anche se l’ansia per il lavoro è tanta, i momenti di sconforto per la nostra situazione economica a volte sembrano insormontabili ma cerchiamo la forza di sostenerci l’un l’altra (anche se spesso è la malata che si deve ingegnare per far sorridere l’uomo!),e almeno siamo insieme. Dopo tutte quelle che abbiamo passato, inclusi due mesi lontani quest’estate, adesso ho la (s)fortuna di avere sempre tra i piedi un insopportabile terrone permaloso, tutto il giorno.

Nella sfortuna, comunque la vediate, io provo davvero a mettermi gli occhiali arcobaleno, da brava Pandi-Corn quale sono, e vedere il mondo come lo farebbe un Panda Unicorno. Cioè mangio, che nel dubbio non sbaglio mai, e cerco di scovare gli arcobaleni. 
Perché, vuoi o non vuoi, dopo i temporali più brutti, spunta sempre qualche cazzo di arcobaleno no?


#nonsimollauncazzo